venerdì 12 aprile 2013

la settimana in dieci comode suppostine


austerity al salone del mobile di milano: il taglio del nastro inaugurale affidato al fattorino peruviano di mondo convenienza.

scala le classifiche il nuovo singolo dei modà: “se si potesse non morire” ci toccherebbe ascoltarli per sempre. piuttosto mi getto sotto un treno come anna karenina.

ricerca: spopolano su twitter le donne del cancro. hanno 140 caratteri nel dna.

emergenza carne equina – nelle sale il nuovo film di robert redford “l’uomo che sussurrava alle polpette dell’ikea”.

la scomparsa della tatcher. la lady di ferro ha chiesto di essere cromata.

la scomparsa della tatcher. marx non sta più nella tomba: “se la pijo la cromo”.

russia, è ufficiale: l'abuso di incenso fa lo stesso effetto degli acidi.

trovato a casa di bettega uno chagall rubato. agnelli: quadro vinto sul campo. moratti chiede al louvre la restituzione della gioconda.

da questa settimana puoi seguirmi anche su facecul, ma non seguirmi quando sono in macchina perché son più le volte che mi perdo.

piesse: è inutile che ti versi un bicchiere d’acqua per mandarle giù. ho detto sup-po-sti-ne.

venerdì 5 aprile 2013

fauni, olindi e ore legali sul pianerottolo disperato


natale è passato da un po’, o sbaglio? eppure i miei vicini di pianerottolo espongono ancora sopra la porta di casa quelle inquietanti decorazioni in stile foresta svedese: sbuchi dall’ascensore e ti ritrovi nel “labirinto del fauno”.
presumo le abbiano comprate all’ikea, nelle cui polpette – insieme a varenne – temo di finire pure io ogni volta che incrocio la coppia.
lui, un tipo sfasato sulla trentina. credo lavori per la derattizzazione, altrimenti non capisco che cosa ci faccia tutti i sabati e le domeniche fisso in garage o in cantina. è quel genere che ti guarda come se tu gli avessi vomitato di fresco sul cofano della macchina lavata.
lei, non so: di certo ha un’espressione lucida come janis joplin sul palco di woodstock. forse è lei che gli vomita sul cofano.
sabato sera, rientrando, m’imbatto nei due che battibeccano sulla soglia di casa – sotto le fronde ikea, la porta spalancata – a proposito della fuga del loro gatto, alfredo.
hanno due facce che i bookmaker li danno per favoriti al prossimo incontro mondiale delle famiglie, davanti anche ai misseri e ai romano-bazzi. quarti i parolisi. crollano le giocate sui franzoni. spalti gremiti al limite della capienza. arbitra il signor bruno vespa dall’aquila, guardalinee i signori paolo crepet da torino e carlo giovanardi da modena. nell’intervallo dj set del cardinale ruini per la beatificazione di povia.
ma torniamo sul pianerottolo.
“buonasera”, dico ai due litiganti.
“mmmmms…sera”, gorgogliano i due litiganti.
entro rapido nel mio bunker. mi barrico, urino in abbondanza per l’ansia e mi rannicchio sul divano.
su la7 danno “mangia, prega, ama” con julia roberts: un film talmente brutto che, dopo venti minuti di sbadigli e ovvietà, mando avanti l’ora con quattro ore di anticipo pur di levarmelo di torno.
prima di dormire penso ad alfredo: gattone, resta fuori, non tornare. che da domani con l’ora legale si può fare l’aperitivo sui tavolini all’aperto e c’è ancora una bella luce. croccantini e crodino, offro io.

mercoledì 27 marzo 2013

dalla nave pirata


precario è una parola da cui è bene scappare. meglio se a bordo di una nave pirata.
è una condizione imposta e, se declinata al plurale femminile, “pre-carie”, sa pure di mal di denti in arrivo.
scava come una goccia, imputridisce lo smalto.
e a un certo punto capisci che ha vinto. succede quando ti organizza perfino il pensiero, dopo averti rovinato i denti.
rovesciare la prospettiva. prendere il timone dell’instabilità.
rotta: avanti. target: dove arriva il rostro della nave.
la barba sfatta c’è, ora basta un’uveite da proteggere con la banda nera sull’occhio.
sto parlando del lùc.
poi si tratta di fare bottino tutti i giorni – del lavoro che c’è, se c’è, dell’amicizia che c’è, se c’è, dell’amore che c’è, se c’è, della pastasciutta che c’è, se c’è, della musica che c’è, se c’è – e ripartire subito dopo l’abbordaggio. 

giovedì 14 marzo 2013

fai conto che siano tweet


sono moderno ma non ho ancora twitter. però ho un blog. quindi butto lì un po’ di riflessioni di metà mese tutte sotto i 140 caratteri.
(compresa l’intro, che è di 135. adesso però siamo a 191. merda. 203. vabè, 233 e la finiamo qui).  

lombardia: la conduttrice della domenica sportiva sarà assessore alla cultura. attesa per le letture di petrarca a “qui studio a voi stadio”

nuovo video di taylor swift: da pischellina di campagna a sciuretta parigina. sembra mia zia alcolista: “stay, stay, stay”, e giù un rutto di grappa

monta il malcontento dei cardinali brasiliani dopo l’elezione del papa argentino. la curia è una bombonera come lo spogliatoio dell’inter

javier zanetti: “felice per il papa mio connazionale. lo vorrei al centro della difesa con juan jesus”

il mondo riformatore chiedeva un papa rappresentante delle minoranze e possibilmente di colore. in pratica il nano di “io, me e irene”. non esageriamo

lo scolo è una brutta malattia venerea. ma anche lo scola non fa simpatia

funerale. il sacerdote: “consolatevi, ora la vostra amata nonna è in un posto migliore”. ti credo, abitava a rozzano

crisi di governo. napolitano offre l’incarico al dolce remì cantando: “tu lo sai un grillo cos’è...”

@metiu

hai controllato tutti i tweet con “strumenti – conteggio parole”, vero?
ok, ho barato. ma tu sei un ingegnere svizzero con un orologio a cucù nelle mutande

giovedì 7 marzo 2013

volpi, mutande, speck (e un dermatologo)


sulla strada del ritorno da una giornata in montagna, l’autoradio manda musica in libertà.
“…inutile parlarne sai, non capiresti mai, seguirti fino all’alba e poi, vedere dove vai…”: eh no max, per la legge carfagna questo è stalking.
“…e adesso siamo occhi negli occhi e non serve a niente parlare, ho la mappa di tutti i tuoi nei, io la potrei disegnare…”: jovanotti è così bravo che sa fare anche il dermatologo.
sulla macchina fischiettano due tipi sui quaranta leggermente abbronzati – l’andy e io – che due ore prima scendevano dai boschi con le mutande in testa. o almeno così poteva apparire a un occhio inesperto delle cime: perché quelle bandane termiche ed elastiche se te le metti in capo, invece che al collo, si atteggiano subito a boxer.
d’altronde se fa freddo, fa freddo. siam mica in giro a fare la sfilata.
l’andy è uno che, dopo tre ore di salita nel bianco nulla, arriva in un posto come quello della foto e fa: “mi avevano detto che c’era un bar”. invece il bar non c’è. allora mangiamo quello che ci siamo portati su negli zaini: mille panini con lo speck e cento chili di banane.
invece del dolce, petardi per digerire.
scattiamo qualche foto e poi si scende: non in campo, ma dalla montagna. senza fretta, che c’è ancora il sole.
al mattino per salire puoi seguire la traccia di una volpe sulla neve, al pomeriggio per scendere basta ripercorrere le tue impronte di qualche ora prima. non è sempre così semplice la vita.